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Multitasking e studio: perché social e notifiche ti costano più di quanto pensi

Il multitasking mentre studi non funziona: la ricerca spiega perché ogni notifica e social media interrompono la concentrazione e come difenderti.

Multitasking e studio: perché social e notifiche ti costano più di quanto pensi
In questa guida 6 sezioni
  1. Il cervello non fa multitasking cognitivo
  2. Quanto costa davvero una distrazione
  3. La notifica che non apri distrae lo stesso
  4. Chi fa media multitasking abituale tende a fare più fatica
  5. La forza di volontà da sola non regge
  6. Studiare con metodo, non con più ore

Multitasking e studio: apri il libro, tre minuti dopo arriva una notifica. Non la apri, ma ci pensi. Poi un'altra. Poi vai su Instagram "solo un secondo". Quando torni al testo non ricordi dove eri.

Se ti è capitato, il cervello ha fatto esattamente quello per cui è costruito: rispondere agli stimoli dell'ambiente. Il problema è che quello stesso ambiente, fatto di social media, smartphone e notifiche, è progettato per tenerlo occupato più a lungo possibile. Lo studio richiede la direzione opposta.

Questo articolo spiega cosa succede nel cervello quando studi con le notifiche attive e come puoi organizzare lo spazio di studio perché funzioni a tuo favore.

Il cervello non fa multitasking cognitivo

Quello che di solito chiamiamo "multitasking" non descrive bene quello che accade. Per i compiti che richiedono attenzione consapevole, come leggere, capire, ricordare, risolvere problemi, il cervello non lavora in parallelo. Alterna rapidamente tra un compito e l'altro.

Si chiama task-switching, e ogni passaggio ha un costo misurabile.

Uno studio del 2001 pubblicato sul Journal of Experimental Psychology, firmato da Rubinstein, Meyer ed Evans, ha dimostrato questo meccanismo con quattro esperimenti. I partecipanti dovevano alternare tra compiti diversi: classificare figure geometriche, eseguire operazioni aritmetiche con regole variabili. I ricercatori misuravano i tempi. Il risultato è netto: ogni volta che si cambia compito, si perde tempo. La perdita è piccola per i compiti semplici, ma cresce con la loro complessità.

Il meccanismo ha due fasi distinte. Prima il cervello decide di spostarsi sul nuovo compito (goal shifting), poi carica le regole che servono per svolgerlo (rule activation). È simile a ricaricare un programma: ci vuole un momento, e quel momento si ripete a ogni switch.

Per chi studia, questo significa che ogni interruzione, anche breve, aggiunge un costo. Distribuito su tutta la sessione, il conto finale si vede alla fine della serata: più stanchi, con meno materiale consolidato di quanto ci si aspettava.

Quanto costa davvero una distrazione

Quando si parla di interruzioni nello studio, circola spesso una cifra precisa: "23 minuti per tornare a concentrarsi". Quella cifra compare in articoli e video, ma la sua origine è più complicata di quanto sembri.

La ricerca di riferimento è diversa. Secondo lo studio del 2005 di Gloria Mark e colleghi dell'UC Irvine, che ha seguito per settimane un gruppo di lavoratori dell'informazione osservando dal vivo le loro interruzioni, dopo un'interruzione si impiegava in media oltre 25 minuti per tornare al compito originale. Spesso nel frattempo si passava attraverso due o tre compiti diversi.

Quello studio riguardava lavoratori adulti in ufficio, non studenti. Il meccanismo sottostante, però, è lo stesso della ricerca sul task-switching: l'interruzione innesca una catena di compiti intermedi che si interpongono tra il momento della distrazione e il ritorno al lavoro principale.

Una cosa che la cifra da sola non mostra: quei 25 minuti non sono tempo morto. Sono minuti spesi a fare altro, rispondere a un messaggio, controllare un'altra notifica, tornare su quel post. Il costo reale è che il compito originale, quello che richiedeva attenzione profonda, rimane sospeso per tutto quel tempo.

La notifica che non apri distrae lo stesso

Tenere il telefono capovolto sul banco sembra una buona precauzione. Non basta, però.

Uno studio del 2015 di Stothart, Mitchum e Yehnert, pubblicato sul Journal of Experimental Psychology, ha misurato cosa succede quando arriva una notifica (suono o vibrazione) su uno smartphone che i partecipanti non dovevano aprire né usare. La sola notifica interrompeva la concentrazione in modo statisticamente significativo, in misura paragonabile a quella che si registra quando si usa attivamente il telefono per chiamare o scrivere messaggi.

Il meccanismo: la notifica genera pensieri che non riguardano il compito in corso. Quei pensieri occupano risorse cognitive, le stesse che si stava usando per studiare.

C'è un secondo effetto, più sottile. Uno studio del 2017 di Ward e colleghi, pubblicato sul Journal of the Association for Consumer Research, ha misurato cosa succede con la sola presenza visibile dello smartphone sul banco, anche in silenzio e senza notifiche. I partecipanti che tenevano il telefono sulla scrivania mostravano prestazioni inferiori nei test di attenzione e memoria di lavoro rispetto a quelli che lo tenevano fuori dalla stanza, pur non guardandolo mai durante il test.

Una parte dell'attenzione monitora costantemente l'ambiente. Un oggetto associato a stimoli sociali importanti, i messaggi degli amici, i social, continua a richiedere una quota di vigilanza anche quando non viene guardato.

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Chi fa media multitasking abituale tende a fare più fatica

Nel 2009 uno studio di Stanford guidato da Ophir, Nass e Wagner ha reclutato studenti universitari e li ha divisi in due gruppi in base all'abitudine al media multitasking: quanti media diversi usavano in contemporanea nella vita quotidiana. Poi ha confrontato le prestazioni cognitive dei due gruppi.

I risultati erano inaspettati anche per i ricercatori stessi. Chi faceva abitualmente più media multitasking mostrava prestazioni peggiori nel filtrare le informazioni irrilevanti, nel tenere traccia degli elementi rilevanti nella memoria di lavoro e nel passare da un compito all'altro in modo efficiente.

"Continuavamo a cercare in cosa fossero migliori, e non lo trovavamo", ha dichiarato Ophir.

Va precisato che quello studio misura una correlazione, non una causa. Chi fa più fatica con la concentrazione potrebbe tendere a cercare più stimoli in contemporanea, e non il contrario. La ricerca successiva non ha ancora chiarito del tutto in quale direzione funzioni il rapporto. Quello che è documentato è l'associazione: abitudine intensa al media multitasking e prestazioni più basse nelle aree cognitive rilevanti per lo studio.

Un'osservazione diretta del comportamento degli studenti universitari, condotta dal ricercatore Larry Rosen nel 2017 con app di monitoraggio, ha registrato che gli studenti si distraggono per almeno 5 dei 15 minuti dedicati allo studio. Anche questo è un dato su adulti, non su adolescenti delle superiori, ma dà la misura della frequenza reale delle interruzioni.

La forza di volontà da sola non regge

Chi legge questi dati e pensa "devo essere più disciplinato" sta identificando il problema nel posto sbagliato.

Le app di social media sono progettate per catturare l'attenzione nel modo più efficace possibile. Un sistema progettato da team di ingegneri con quell'obiettivo preciso non si affronta con la sola determinazione, che è una risorsa limitata e che si esaurisce nel corso della giornata.

La risposta che funziona meglio è organizzare l'ambiente di studio in modo che riduca il numero di stimoli a cui il cervello deve rispondere. Qualche indicazione pratica che deriva direttamente dalla ricerca:

Modalità aereo o non disturbare durante lo studio. Lo studio di Stothart e colleghi lo dice in modo diretto: eliminare le notifiche elimina il costo attentivo che le notifiche producono.

Telefono fuori dalla vista. Ward e colleghi hanno misurato la differenza tra "telefono sul banco" e "telefono fuori dalla stanza": non è trascurabile. Se non è possibile metterlo in un'altra stanza, tenerlo in uno zaino o in un cassetto vale comunque più che tenerlo sul tavolo.

Sessioni di focus con tempo definito. Il task-switching ha un costo fisso a ogni switch: meno cambi compito, meno paghi in totale. Definire un blocco di 25 o 30 minuti in cui si studia una sola cosa, seguito da una pausa vera, riduce il numero di switch e permette di consolidare meglio quello che si sta imparando. Questo approccio è coerente con i principi della ricerca sul task-switching di Rubinstein e colleghi, anche se non esiste uno studio che abbia testato la tecnica specifica con trial controllati.

Musica strumentale o silenzio per lo studio verbale. Quando si legge o si scrive, la musica con testo mette in competizione due flussi verbali: quello che si ascolta e quello che si studia. I ricercatori della cognizione raccomandano musica strumentale o silenzio per i compiti che richiedono elaborazione del linguaggio.

Studiare con metodo, non con più ore

Chi sta recuperando anni scolastici o si sta preparando agli esami ha spesso poco tempo a disposizione per studiare. La distrazione non è solo una perdita di concentrazione: è una perdita di quella risorsa già scarsa.

Capire come funziona l'attenzione permette di fare scelte concrete: dove mettere il telefono, quando attivare le notifiche, come strutturare le sessioni. Sono scelte di organizzazione pratica, non di autodisciplina astratta.

Se stai cercando un percorso per recuperare gli anni scolastici con un programma strutturato, puoi approfondire come lavoriamo su come funziona il percorso di recupero.

Altri articoli su questo blog che approfondiscono temi collegati:

Per un approfondimento scientifico sul task-switching, l'American Psychological Association ha pubblicato una sintesi accessibile: Multitasking: Switching Costs.

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