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Genitori e figli

Figlio con voti sempre bassi: cause reali e cosa fare

Voti sempre bassi a scuola? Le cause più frequenti sono il metodo di studio, la fiducia nei propri mezzi e difficoltà non ancora esplorate. Cosa può fare davvero un genitore.

Figlio con voti sempre bassi: cause reali e cosa fare
In breve
  • Rileggere e sottolineare danno l'illusione di studiare senza produrre apprendimento duraturo
  • Quando i voti restano bassi, la fiducia cala: uno studio su 412 ragazzi italiani mostra come questo circolo si autoalimenta
  • Il 7,1% degli studenti delle superiori ha una diagnosi DSA: solo una valutazione specialistica può stabilire se c'è una difficoltà non ancora esplorata
In questa guida 5 sezioni
  1. Il metodo che non funziona
  2. La fiducia che si è incrinata
  3. Una difficoltà non ancora esplorata
  4. Cosa può fare il genitore, concretamente
  5. Quando cercare aiuto esterno

Ci sono genitori che vengono a sapere dei brutti voti solo al momento della pagella. E ci sono quelli che lo sanno già da metà ottobre, perché i segnali ci sono da tempo: il figlio studia, o almeno ci prova, ma i risultati non arrivano. Non è svogliatezza. Non è che non ci tenga. Eppure i voti sono sempre lì, bassi, ostinati.

Questo articolo è per loro.

Nell'anno scolastico 2024/25, il 17,8% degli studenti delle superiori ha chiuso con almeno una materia in sospeso, e il 5,6% non è stato ammesso alla classe successiva (fonte: MIM, scrutini 2024/25). Numeri che dicono che il problema è diffuso, ma non dicono perché. Le cause possono essere molto diverse tra loro, e capire quale delle tre situazioni qui sotto si avvicina di più a ciò che sta succedendo a tuo figlio è il primo passo utile.

Il metodo che non funziona

È la causa più frequente, ed è anche quella meno visibile. Un ragazzo che rilegge i capitoli tre volte, sottolinea tutto con quattro evidenziatori diversi e passa ore alla scrivania ha l'impressione di aver fatto il suo. I genitori guardano e vedono uno che studia. Ma i voti non rispecchiano questo impegno.

Il problema non è la quantità. È che alcune tecniche, pur essendo diffusissime, producono poco. Una revisione sistematica di dieci tecniche di studio (Dunlosky et al., 2013, Psychological Science in the Public Interest) ha classificato la rilettura e la sottolineatura come tecniche a bassa efficacia. Danno una sensazione di familiarità con il testo, ma questa sensazione non equivale a capire e ricordare.

Le tecniche che funzionano meglio sono diverse: chiudere il libro e provare a rispondere da soli a domande sull'argomento (practice testing), distribuire lo studio nel tempo invece di concentrarlo tutto la sera prima (pratica distribuita). Non sono tecniche difficili, ma nessuno le insegna esplicitamente. Molti ragazzi arrivano alle superiori con le abitudini della scuola media, che reggevano perché i carichi erano minori, e non aggiornano mai il metodo.

Se tuo figlio studia molto ma i voti non riflettono l'impegno, questa è la prima cosa da guardare. Non serve rimproverarlo: serve aiutarlo a capire come sta studiando, concretamente. L'articolo come costruire un piano di studio per il diploma può essere un punto di partenza pratico.

La fiducia che si è incrinata

Dopo un anno, o anche solo un quadrimestre, di voti bassi succede qualcosa di sottile: il ragazzo smette di credere che le cose possano andare diversamente. Non lo dice necessariamente ad alta voce, ma lo pensa. "Tanto non sono portato per la matematica." "Tanto non ho la testa per lo studio."

Questa perdita di fiducia nelle proprie capacità non è irrazionale. È la risposta a una serie di conferme negative. Ma produce un effetto concreto: si studia con meno attenzione, ci si arrende prima, si evitano le materie difficili invece di affrontarle. I voti restano bassi, la conferma si ripete, il circolo continua.

Lo studio longitudinale di Caprara e colleghi (2008, su 412 studenti italiani tra i 12 e i 22 anni) ha mostrato che la fiducia nella propria capacità di studiare tende a declinare nel passaggio dalle medie alle superiori. Il dato più interessante è questo: più è forte il declino, più sono bassi i voti e più alto il rischio di abbandonare la scuola.

Non è un giudizio sul carattere del ragazzo. È un meccanismo documentato, che si può interrompere. Ma per farlo bisogna prima riconoscerlo.

Un segnale da osservare: tuo figlio dice spesso cose del tipo "non ci capisco niente", "non fa per me", "sono stupido"? Se questi commenti sono frequenti, il problema non è solo il metodo. C'è anche questo livello da tenere in conto. L'articolo su adolescente demotivato a scuola approfondisce come si lavora sulla relazione in questi casi.

Una difficoltà non ancora esplorata

Questa è la parte che molti genitori non considerano subito, perché sembra improbabile. Eppure vale la pena nominarla.

Secondo il Focus MIM (settembre 2024), nell'anno scolastico 2022/23 il 7,1% degli studenti delle scuole superiori aveva una diagnosi di disturbo specifico dell'apprendimento. Alle superiori la percentuale è più alta che nei cicli precedenti, in parte perché i carichi aumentano e alcune difficoltà diventano più visibili proprio quando lo studio richiede di più.

La legge 170 del 2010 definisce quattro disturbi specifici dell'apprendimento, dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, e stabilisce che si manifestano "in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali" (art. 1). Non significano che il ragazzo non è intelligente. Significano che alcune operazioni cognitive costano più fatica, spesso molto più fatica, degli altri.

Un aspetto importante: la scuola può segnalare difficoltà persistenti, ma non può diagnosticare. Come dice l'art. 3 della stessa legge, "l'esito di tali attività non costituisce, comunque, una diagnosi di DSA." La diagnosi è competenza del Servizio sanitario nazionale. Il Focus statistico del MIM sui DSA mostra l'andamento delle diagnosi nelle scuole italiane.

Cosa fare se si ha questo sospetto? Il primo passo è il pediatra o il medico di base, non una ricerca su internet. Solo una valutazione specialistica può stabilire se c'è un disturbo dell'apprendimento e di che tipo. Se la diagnosi arriva, i diritti ci sono e sono garantiti dalla legge: strumenti compensativi, misure dispensative, un Piano Didattico Personalizzato. Tutto questo è spiegato nell'articolo figlio con DSA, cosa spetta a scuola.

Se invece i voti bassi si concentrano su materie che non richiedono lettura e scrittura, o se i segnali puntano più alla motivazione che alle difficoltà cognitive, forse siamo in uno degli scenari precedenti. Le situazioni si sovrappongono, ed è per questo che una valutazione fatta da qualcuno competente vale più di qualsiasi griglia fai-da-te.

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Cosa può fare il genitore, concretamente

La tentazione di sedersi accanto al figlio e fare i compiti insieme è comprensibile. Ma la ricerca sull'intervento genitoriale nei compiti mostra risultati misti: ciò che fa la differenza non è quante ore si siedono insieme, ma il tipo di presenza.

Alcune cose utili, senza finire per sostituirsi al figlio.

Chiedi come si prepara per un'interrogazione, non solo da quanto tempo è alla scrivania. Scoprire che rilegge il libro senza mai chiuderlo e provare a ricordare da solo è già una conversazione utile, e di solito apre più di quanto non chiuda.

Un posto tranquillo, senza notifiche attive, senza musica con testo, fa differenza concreta. Non serve un accordo complicato: serve un'organizzazione pratica dello spazio.

Dire "so che puoi farlo meglio" detto con calma, senza confronti con fratelli o compagni, pesa diversamente da "se non ti impegni non vai da nessuna parte." Le aspettative chiare e non minacciose hanno un effetto più stabile dell'urgenza.

Un brutto voto non è una sentenza sul futuro. Dirlo esplicitamente, ogni volta che serve, tiene aperto lo spazio per riprovare.

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Se tuo figlio ha già accumulato debiti scolastici o si trova in una situazione in cui è a rischio di non essere ammesso all'anno successivo, potrebbe valere la pena esplorare anche le opzioni per il recupero. Sul sito di LaScuola360, alla pagina /contatti, puoi chiedere una consulenza gratuita per capire qual è la strada più adatta.

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Quando cercare aiuto esterno

I voti bassi da soli non sono un segnale clinico. Non ogni studente in difficoltà ha un problema psicologico o neuropsicologico. Ma ci sono situazioni in cui aspettare non è la scelta giusta.

Alcune cose da tenere d'occhio, che vanno oltre il rendimento scolastico:

  • Tuo figlio dice spesso di sentirsi fisicamente male prima di andare a scuola (mal di testa, mal di stomaco) in modo ricorrente.
  • Si è ritirato dalle attività che prima gli piacevano.
  • Evita di stare con gli amici o di uscire.
  • Questi segnali durano da più di due o tre settimane senza interruzioni.

In questi casi, il primo interlocutore è il pediatra o il medico di base. Non uno psicologo scelto su internet, non un corso di coaching scolastico. Chi conosce già la storia del ragazzo può orientare verso il percorso giusto.

Se invece il problema è specifico alla scuola e ai voti, ma tuo figlio non mostra segnali di questo tipo, si torna alle cause che abbiamo visto: metodo, fiducia, possibile difficoltà non esplorata. Ognuna ha una risposta diversa, e spesso si mescolano.

L'articolo figlio che non studia: svogliatezza o problema? può aiutare a distinguere il caso in cui il problema è nel comportamento ("non apre i libri") da quello in cui il problema è nel risultato ("studia ma non va bene") come quello che abbiamo discusso qui.

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Sara Bonvicini — Redazione LaScuola360

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