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Genitori e figli

Abbandono scolastico: i segnali che un genitore può riconoscere prima

Ragazzo adolescente seduto sui gradini davanti a un ingresso scolastico, zaino accanto, sguardo rivolto a terra, altri studenti sfocati che entrano sullo sfondo

In breve

  • In Italia l'uscita precoce dai percorsi di istruzione (indicatore ELET, 18-24 anni) è al 9,8% nel 2024, in calo dal 15% del 2014 (Education and Training Monitor 2025, UE)
  • C'è anche una dispersione che non si vede: chi arriva al diploma con competenze molto basse in tutte le materie è l'8,7% nel 2025 al grado 13 (INVALSI)
  • Il primo campanello arriva prima delle assenze: è l'ansia crescente all'idea di andare a scuola (Linee di indirizzo Regione Emilia-Romagna, DGR 1016/2022)

Quando un genitore cerca "abbandono scolastico", di solito ha in mente una scena precisa: un ragazzo che a un certo punto smette di andare a scuola e non ci torna più. È una parte del fenomeno. Ma è solo una parte, e confondere le parti tra loro è il primo modo per non capire cosa sta succedendo davvero a proprio figlio.

Questo articolo fa due cose. Prima mette ordine tra parole che vengono usate come sinonimi ma non lo sono. Poi elenca i segnali che arrivano prima che l'abbandono diventi un fatto compiuto, quando c'è ancora margine per fare qualcosa. Non è un pezzo sul malessere psicologico: di quello si occupa un articolo a parte, quando un figlio non vuole più andare a scuola, a cui rimandiamo per la parte sanitaria e sulle assenze. Qui restiamo sul fenomeno e sui suoi segni riconoscibili.

Abbandono, uscita precoce, dispersione: sono la stessa cosa?

No, e la differenza cambia il modo in cui si legge la situazione. Le fonti ufficiali usano un vocabolario preciso, e vale la pena impararlo, perché ognuna di queste parole misura una cosa diversa.

La dispersione scolastica è il contenitore più largo. Comprende la mancata, incompleta o irregolare fruizione della scuola: non solo chi la lascia, ma anche chi la frequenta accumulando ritardi, assenze e distacco. Dentro questo contenitore ci sono due forme che conviene tenere separate.

La prima è la dispersione esplicita, cioè l'abbandono vero e proprio: chi lascia il sistema senza il titolo. In Europa la si misura con un indicatore che si chiama ELET (Early Leavers from Education and Training), cioè la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno al massimo la licenza media e non sono più in istruzione o formazione. È questo il numero che leggi quando i giornali parlano di "abbandono". INVALSI ragiona allo stesso modo quando parla della quota di 18-24enni che non conseguono un diploma di scuola superiore.

La seconda è la dispersione implicita, e di questa quasi nessuno parla. Sono ragazzi che il diploma lo prendono, ma con competenze molto basse in tutte le materie fondamentali. Non lasciano la scuola. Ne escono con un titolo che, sul piano delle competenze effettive, tiene poco. È un indicatore che INVALSI costruisce sulle prove standardizzate dell'ultimo anno delle superiori.

C'è poi una parola che spesso finisce nello stesso calderone ma è un'altra cosa ancora: la bocciatura. Bocciare significa non essere ammessi all'anno dopo restando dentro il percorso; abbandonare significa uscirne. La bocciatura la trattiamo altrove, per esempio in cosa fare se un figlio è stato bocciato a settembre.

Quattro parole, quindi, e quattro cose diverse. L'abbandono, il diploma con competenze basse, la bocciatura, e il contenitore che le tiene insieme. Chi le mescola finisce per sommare numeri che non si possono sommare, ed è l'errore più comune quando si legge di dispersione.

Quanti ragazzi lasciano la scuola in Italia?

Il dato più solido riguarda l'uscita precoce, l'indicatore ELET. Tra i 18-24enni, nel 2024, in Italia è al 9,8%, contro una media UE del 9,3%. Lo riporta l'Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea, nel report dedicato all'Italia.

Va letto con l'anno accanto, perché è un numero che si muove: nel 2014 era al 15%, quindi la direzione di lungo periodo è di netto miglioramento. La stessa fonte avverte però che la media nazionale nasconde forti differenze territoriali. Al Sud l'ELET sale all'11,3%, nelle Isole arriva al 15%. La geografia pesa, come su quasi tutti i dati che riguardano la scuola.

Un'avvertenza sulle cifre, perché in giro se ne trovano diverse attribuite allo stesso anno. La media dei 27 Paesi dell'Unione, per esempio, è scesa al 9,1% nel 2025 secondo Eurostat: è un dato europeo, non italiano, e non va spacciato per il valore dell'Italia. Ogni numero ha il suo indicatore e il suo anno. Tenerli distinti è metà del lavoro.

Cos'è la dispersione "che non si vede"?

È la parte del fenomeno che sfugge quasi sempre, perché non lascia banchi vuoti. La dispersione implicita riguarda studenti che arrivano all'esame di maturità ma escono con competenze molto basse nelle materie fondamentali: italiano, matematica, inglese. Restano a scuola fino all'ultimo giorno. Solo che il titolo che ottengono racconta una cosa che le loro competenze non confermano.

Il dato: al grado 13, cioè all'ultimo anno delle superiori, la dispersione implicita è all'8,7% nel 2025, secondo il Rapporto INVALSI 2025. L'anno prima era al 6,6%, quindi è in aumento e torna sui livelli del 2023, quando era già all'8,7%. Colpisce di più i ragazzi rispetto alle ragazze, e di più nei contesti familiari svantaggiati.

Per capire di cosa si parla aiutano i risultati delle prove all'ultimo anno, sempre INVALSI 2025: raggiunge un livello almeno adeguato in italiano il 51,7% degli studenti, in matematica il 49,2%. Sono quote di chi arriva alla soglia considerata sufficiente, non un giudizio sul valore dei ragazzi. Spiegano però perché un diploma preso e un diploma che regge non sempre coincidono. Per un genitore questa è la parte che non si nota guardando il registro: il figlio va a scuola, viene promosso, e intanto accumula un ritardo che il voto non racconta.

Un chiarimento, anche qui. Chi si diploma con competenze basse non è un abbandono: è dentro la dispersione, ma dalla parte di chi resta. Due misure diverse, con anni e metodi diversi, che non si sommano.

Quali sono i segnali che vengono prima?

Il segnale più precoce non sono le assenze, è l'ansia che le precede. Lo dicono le Linee di indirizzo sul ritiro sociale della Regione Emilia-Romagna (Allegato A alla DGR 1016/2022), scritte insieme ai servizi di neuropsichiatria: "il primo segnale che qualcosa di anomalo sta accadendo è la crescente preoccupazione del ragazzo o della ragazza nell'accingersi ad andare a scuola". Prima che manchi un giorno, quindi, c'è il modo in cui vive l'idea di andarci. Quello è il momento in cui si interviene meglio.

Poi arrivano i segnali più visibili, e vanno letti come un andamento, non come singoli episodi.

Le assenze che salgono. Non conta tanto la soglia di legge, quanto il trend. Le stesse linee regionali suggeriscono alle scuole di attivarsi già quando le assenze si aggirano tra l'8% e il 15% del monte ore, molto prima del limite oltre cui l'anno rischia di non essere valido. Un dettaglio pratico che pochi conoscono: le assenze si contano in ore, non in giorni, e la scuola è tenuta a comunicare a inizio anno il monte ore personalizzato e il minimo da assicurare (DPR 122/2009, articolo 14, comma 7). Come funzionano le assenze e le deroghe per motivi di salute lo trovi nell'articolo su quando un figlio non vuole più andare a scuola.

Il calo del rendimento. I voti che scendono sono un sintomo, non la causa. Le linee regionali mettono tra i fattori che alimentano il ritiro la sensazione di non essere all'altezza delle richieste scolastiche e le difficoltà di apprendimento non riconosciute. Un ragazzo che fatica senza che nessuno se ne accorga può iniziare a evitare la fatica evitando la scuola.

Il ritiro e la vergogna. Sempre le linee regionali segnalano che la vergogna è un elemento ricorrente, ed è anche il motivo per cui i ragazzi non spiegano cosa sta succedendo. Il distacco dai compagni, il silenzio su compiti e verifiche, la reticenza a raccontare la giornata sono tessere dello stesso mosaico.

Serve una precisazione, perché qui il confine è delicato. Questi sono campanelli scolastici osservabili, non sintomi clinici, e questo articolo non fa diagnosi. Quando i segnali riguardano il malessere di un ragazzo, la strada è il pediatra e, se serve, la neuropsichiatria della ASL: ne parliamo, con i recapiti dei servizi, nell'articolo dedicato al rifiuto di andare a scuola.

Cosa può fare un genitore, in che ordine?

La prima mossa è cambiare unità di misura: guardare il trend, non l'episodio. Un'assenza da sola non dice niente. Tre settimane in cui le assenze salgono, i voti scendono e il ragazzo si chiude dicono qualcosa. È l'andamento che va osservato.

Chiedere il colloquio senza aspettare la convocazione. Non serve attendere che chiami la scuola: il colloquio con il coordinatore di classe può chiederlo il genitore, e prima si fa meglio è. Le linee regionali suggeriscono di muoversi già a quell'8-15% di assenze. Un consiglio pratico: lasciare traccia scritta di quello che ci si dice, anche solo con una mail di riepilogo.

Farsi dare i numeri esatti. Il monte ore personalizzato, il minimo di ore da assicurare e le assenze già accumulate sono informazioni che la scuola deve fornire. Chiederle in segreteria non è un'invadenza, è un diritto (DPR 122/2009, articolo 14, comma 7). Serve a sapere quanto margine c'è davvero, invece di navigare a sensazione.

Documentare, quando c'è una ragione di salute. Un certificato o una presa in carico può far rientrare le assenze nelle deroghe al limite di frequenza. Non è burocrazia: è la cosa che può cambiare l'esito dell'anno. Come funzionano le deroghe è spiegato nell'articolo fratello, per non ripeterlo qui.

Guardare avanti, se l'anno è compromesso. A volte, quando le assenze superano il limite o quando la scuola scelta si è rivelata quella sbagliata, l'anno non si recupera in corsa. Non è la fine del percorso. Le strade restano tre: ripetere, cambiare indirizzo, oppure recuperare l'anno perso con un esame di idoneità, tenendo presente che oggi si possono recuperare al massimo due anni oltre l'ultimo per cui si ha l'ammissione.

E se il ragazzo la scuola l'ha già lasciata?

Quando l'abbandono è già avvenuto, il problema non è più prevenirlo: è rientrare. E qui la buona notizia è che una strada di solito c'è, perché il percorso scolastico non si chiude con l'anno perso.

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Domande frequenti

Abbandono scolastico e dispersione sono la stessa cosa?

No. La dispersione è il contenitore più largo e comprende più forme; l'abbandono (o dispersione esplicita) è chi lascia la scuola senza il titolo, misurato in Europa con l'indicatore ELET sui 18-24enni. Esiste poi la dispersione implicita, che riguarda chi il diploma lo prende ma con competenze molto basse. Sono misure diverse, con anni e metodi diversi, e non si sommano.

Quanti ragazzi abbandonano la scuola in Italia?

Nel 2024 l'uscita precoce dai percorsi di istruzione e formazione (indicatore ELET, 18-24 anni) è al 9,8% in Italia, contro il 9,3% della media UE, secondo l'Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea. Nel 2014 era al 15%. Il dato è più alto al Sud (11,3%) e nelle Isole (15%).

Cos'è la dispersione implicita?

Sono gli studenti che arrivano al diploma ma con competenze molto basse in tutte le materie fondamentali. Al grado 13, l'ultimo anno delle superiori, era all'8,7% nel 2025 secondo INVALSI, in aumento rispetto al 6,6% del 2024. Non lasciano la scuola: la differenza con l'abbandono è proprio questa.

Qual è il primo segnale a cui fare attenzione?

Secondo le Linee di indirizzo della Regione Emilia-Romagna, il primo campanello arriva prima delle assenze: è la crescente preoccupazione del ragazzo all'idea di andare a scuola. Solo dopo compaiono le assenze che salgono, il calo dei voti e il ritiro dai compagni. Vanno letti come un andamento nel tempo, non come episodi isolati.

Quante assenze si possono fare prima di perdere l'anno?

Il limite è la frequenza di almeno tre quarti del monte ore personalizzato, e si contano le ore, non i giorni. Il numero esatto dipende dal corso, e la scuola è tenuta a comunicarlo a inizio anno insieme al minimo da assicurare (DPR 122/2009, articolo 14, comma 7). Le assenze per gravi motivi di salute documentati possono rientrare nelle deroghe. Il funzionamento nel dettaglio è nell'articolo su quando un figlio non vuole più andare a scuola.

Se mio figlio ha già abbandonato, può ancora diplomarsi?

Sì. Le strade sono ripetere l'anno, cambiare indirizzo oppure recuperare gli anni persi con un esame di idoneità, oggi fino a un massimo di due anni oltre l'ultimo per cui si ha l'ammissione. Chi non riesce a rientrare in un'aula tradizionale può prepararsi agli esami online con un tutor. Il titolo, in ogni caso, lo rilascia l'istituto scolastico sede d'esame, soggetto terzo rispetto a chi prepara.

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